La riffa delle mutande

CI pensate mai ai posti che viviamo? Non mi riferisco soltanto ai luoghi in generale ma ai posti fisici, come le vostre abitazioni. Chi rimane immobile probabilmente non deve fare i conti con un pensiero del genere ma chi, come me, è avvezzo al nomadismo, ci pensa e come!

Le case in cui ho vissuto erano cieli chiusi dentro ad una scatola” cantavano i Marta sui Tubi in “L’abbandono”. Quante case avete cambiato in vita vostra? Io così tante che ho perso il conto! La mia coinquilina ha una lista in excell – con tanto di fotografie allegate – di tutti gli amanti che ha avuto; se dovessi mettermi a fare liste, realizzerei che disgraziatamente la lista di case che ho cambiato sarebbe più lunga. In pratica, ho cambiato più case che partner.

I miei amici mi sfottono dicendomi che “male che ti vada nella vita, puoi sempre aprire un’azienda di traslochi“. Non hanno poi tutti i torti: conosco tariffe di servizi di spedizione nazionale e internazionale, so come imballare perfettamente un televisore 46 pollici e gli anni passati sul Gameboy a giocare a tetris hanno dato risultati fantastici nell’arte di fare scatoloni!

Durante il periodo di studio a Palermo avrò cambiato almeno 6 case tra appartamenti e residenze universitarie, a Siviglia altrettante, poi si aggiungono quelle di quando ho vissuto a Verona, in Sardegna, a Torino, a Vicenza, per non parlare di tutti gli alloggi che mi hanno accolta durante i diversi anni di lavoro stagionale! The Sims, scansate!

In seguito a tutta questa mobilità, adattamento al feng shui, metti carta da imballaggio togli carta da imballaggio e ritagliare targhette col cognome per i campanelli, mi sono creata un’abitudine che credo non mi abbandonerà mai, ovvero ciò che io chiamo “la riffa delle mutande“.

Ora, io non sto qui a vantarmi eccessivamente di essere una “persona pulita” – anche perché a volte mi dimentico che giorno è e non so più quando è stata l’ultima volta che ho passato l’aspirapolvere, lo domando all’acaro che vive sotto al mio letto che ormai è diventato così grande che a volte me la passa lui l’aspirapolvere – però insomma all’igiene ci tengo!

Ogni volta che mi trasferivo, naturalmente in case/stanze/monolocali/catapecchie arredati, era tutta una corsa al “disinfetta la superficie”. Penso che il signor Amuchina dovrebbe mandarmi i cesti regalo per Natale, visto lo smodato uso dei suoi prodotti! Ho sempre avuto un certo ribrezzo per the furniture, cioè chissà cosa ci avranno fatto su quel tavolo! Ancora peggio del tavolo sono i mobili della camera da letto, armadi e cassettiere. Armadi disinfettati col lanciafiamme, cassetti rivestiti con doppio strato carpiato con avvitamento di carta da rivestimento imbarazzante tipo con le apine o le coccinelle (sono solo io a non trovare carta da rivestimento monocromatica o capita anche a voi?).

Insomma solo dopo un’accurato sterminio di germi e ribrezzo riesco ad infilare la mia roba dentro le ante di quelli che ormai sono i miei mobili. Tranne le mutande. Le mutande no, le mutande non ci riesco. Mi fa troppo senso mettere le mutande dentro ad un cassetto che non è il mio (e per mio intendo quello del comodino della mia cameretta nella casa dei miei genitori che usavo da bambina e che ormai non esiste nemmeno più!).

Per cui, per ovviare a questo problema di geolocalizzazione delle mutande, ho preso da tantissimi anni ormai l’abitudine di conservare le mie mutande dentro ad una shopping bag di cotone da appendere dentro gli armadi.

Ormai è un’abitudine talmente radicata che anche adesso – per dire – che ho comprato dei mobili nuovi e li ho assemblati con le mie stesse manine (come potete leggere da qualche altra parte in questo blog) e sono i miei mobili, continuo a non voler riporre la mia biancheria nei cassetti.

Ogni mattina, infatti, dopo la doccia, in camera da letto per vestirmi apro l’armadio, metto la mano dentro la shoppin bag e a mo’ di riffa, tiro fuori un paio di mutande! Così, a sorpresa, senza pianificazione alcuna, quelle che ho pescato sono quelle che indosserò. Non importa se devo andare a lavoro, in palestra, o ad un appuntamento galante, indosserò comunque quelle mutande della riffa mattutina.

Curioso come, da una necessità culturale, si crei un’abitudine tanto radicata da diventare l’unico modo di rispondere al mio bisogno di immagazzinamento biancheria. Un lancio di dadi, lo sbattere d’ali di una farfalla, le sliding doors alla Gwyneth Paltrow, la riffa mattutina. Sì, insomma, le mie mutande le sceglie il fato!

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