Tempo di protesta e voto di merda (titolo a chiasmo)

Carissimi amici italiani,
mi scuso pubblicamente con voi per essermi a lungo vantata e per avervi perculato in massa raccontandovi che qui, a Siviglia, la primavera era già arrivata, che si andava in giro senza cappotto e che avevo una tintarella invidiabile a febbraio. Il karma, ahimè, si è vendicato duramente: piove ininterrottamente da due settimane. Giorni di pioggia stronza e insistente, di quella fastidiosa – proprio – che ti costringe a reggere l’ombrello anche se non ce ne sarebbe bisogno ma tu hai gli occhiali e anche una sola goccia sulla lente ti trasforma in cieca di Sorrento, ma anche pioggia di quella violenta, che arriva forte e dura, che ti frusta la faccia e non sai da quale direzione arriva ché col vento che c’è si rischia di andare in apnea. Pioggia di spilli fitti dal cielo e dai soffitti.

Il problema sapete qual è? Che mi lascio un casino influenzare dal clima. O forse c’è dell’altro? Perché da qualche giorno ho notato che le mie rughe d’espressione sono cambiate: non più di sorriso con le labbra all’insù ma broncio e sopracciglia aggrottate. E fattela ‘na risata, cazzo! Niente.

Il cielo plumbeo, con le sue nuvole che vagano rapide spinte dal vento dell’ovest, amaro di sabbia gialla e grigio fumo e che funge da coperchio ermetico sui tetti di Triana, alimenta il mio mal di vivere.  E poi, cazzo, Salvini passa dal 3 al 18 %! E ‘sto tempo di merda riflette la mia percezione della situazione politica italiana.

Italia! La Patria, la terra natia, il suolo calpestato dai miei avi e altre cose foscoliane random. Quella che ho lasciato stampata su un biglietto aereo di sola andata. Quella che il 4 marzo scorso si è divisa nettamente tra nord e sud, di due colori: blu e giallo, come la maglia del Chievo. Sì, sto parlando dei grafici di assegnazione dei seggi. Una nottata passata a seguire una maratona giornalistica in streaming, con un ritardo – tra l’altro – di ben tre minuti col rischio di beccarsi gli spoilers su twitter, per poi cosa? Andare a dormire più uggiosi di prima. Uggiosa come la mattina seguente e tutte le altre mattine fino a questa. Voto di protesta l’hanno chiamato. Protesta per ciò che è stato. Il voto è il modo più sublime per esprimere democraticamente un’opinione. Ora sappiamo che l’Italia è piena di protestatori. Che se ne stanno seduti al pc commentando le fake news sui vaccini e sui migranti.

Mi hanno detto “non permetterti di giudicare! Tu! Tu che te ne sei andata e hai preferito lasciare il suolo materno per una vita di perdizione tra tori e flamenco!”. Vorrei esprimerlo chiaro e tondo una volta per tutte: non me ne sono andata perché schifo l’Italia, me ne sono andata perché amo stare a Siviglia. Ovviamente non la Siviglia uggiosa e triste con la pioggia! Ma che vuoi farci, i periodi di merda quando arrivano arrivano, e vanno presi così come vengono.

Del resto, ragazzi, la vita è così, come quando hai finito di lavare i piatti, sciacqui la spugna, strizzi lo straccio e asciughi il lavello. Poi ti giri e ti accorgi che ti era rimasta la padella da lavare.

Precedente Tecniche mnemoniche di una sfigata Successivo Resaca