Le vite-lampo e la qualità del tuo tempo

Sul finire della scorsa estate ebbi una bella chiacchierata con una cara amica. Parlammo dei nostri progetti per il futuro ma si trattava di un futuro immediato, di cosa avremmo fatto da lì ad un pio di settimane. Tutte e due stavamo per partire verso un paese straniero e iniziare una nuova avventura. Trasferirsi in un posto nuovo giusto per il gusto di farlo, per cambiare, per mettersi alla prova. “Tra un mese saremo là. Ci resteremo – quanti? – due, tre, cinque mesi? E poi? Poi prendiamo quello che ci viene. Magari ci ritroveremo tra un anno di nuovo sulla nostra panchina a parlare di stupidaggini”.

Entrambe eravamo reduci da una stagione lavorativa a San Vito lo Capo. E prima di questa, entrambe avevamo vissuto un periodo in un’altra città (io Torino, lei Roma), e prima ancora c’erano state le nostre vite a Palermo o a Verona o in Sardegna o in Scozia o in Spagna… Queste vite, lei le chiamò “vite-lampo”.

Mi piacque all’istante la sua definizione: vite-lampo. “Lampo” perché durano poco, una stagione o qualche mese, “vite” perché parti da zero e ti costruisci una vita, appunto. La vita che ti costruisci è fatta di tante cose: dalle lenzuola che scegli per dormire comoda, alle persone che frequenti per sottrarti alla solitudine. E anche se queste vite durano solo un lampo, quei pochi mesi sembrano davvero “una vita”.

Quando il 25 ottobre rimisi piede in Spagna con l’intenzione di fermarmi, non avrei mai immaginato che ci sarei rimasta ben 7 mesi! Ero partita con l’idea che “intanto vado, poi si vede”. Non sapevo se sarei riuscita a trovare un lavoro, a farmi degli amici, ad avere una routine. Trovare delle persone di riferimento, avere il baretto dove entri e ordini “il solito”, salutare con affetto l’estetista o la commessa del supermercato sotto casa…sono cose che assieme fanno una vita.

In questi sette mesi ne ho fatte di cose! Ho traslocato, ho trovato un lavoro, ho fatto tantissimi walking tour come guida, ho ripreso a parlare andalù, ho mangiato kili di tortillas, ho preso lezioni di canto, ho usato il car sharing, ho scoperto le gioie della camilla, ho organizzato un reading in terre spagnole per il mio collettivo culturale di Palermo, ho conosciuto tante belle persone, ho persino bevuto una birra con Caparezza, ho comprato tante scarpe, ho ballato il flamenco alla Feria e mi sono ubriacata col Rebujito.

Ditemi voi se questa non è vita! Certo, lampo, ma in questi sette mesi ho vissuto pienamente i miei giorni. Un madrigale di Monteverdi recita: È questa vita un lampo, ch’all’apparir dispare. Qui si dice “a vivir, que son dos días y uno llueve” (bisogna vivere, che la vita dura due giorni e uno dei due piove). La vita è di per sé breve. La mia vita è data da un insieme di vite-lampo ancora più brevi. L’importante è viverle, viverle forte.

Tra qualche giorno torno in Sicilia, per un’altra stagione a San Vito lo Capo. Un’altra vita-lampo. Quasi una certezza per me, la vita-lampo di San Vito lo Capo, dove tornerò a vedere tante facce amiche, a ritrovare tante abitudini, a riscoprire il sapore del mio mare o l’odore del mio gelsomino. Resterò a cullarmi tra i profumi di couscous e lo sciabordare delle onde per qualche mese. E dopo, chissà. Chissà quale altra vita-lampo potrò vivere.

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